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l’umiltà in Sant’Umile da
Bisignano
il
modello di vita
cristiana di
un francescano che è
dipeso totalmente da Dio, di Fucile Francesco
Frate
Umile, meraviglia di Dio
La
sua spietata disamina ha un fine apostolico:
guarire
le piaghe segrete dei cuori.
La vita e l’opera di Sant’Umile da Bisignano, ventisette anni
dedicati alla vita secolare, altrettanti alla vita religiosa, uno soltanto al
noviziato, nella sua pur breve esistenza francescana,
si pongono da subito nel rapporto di coesistenza tra una natura autentica,
quella socialmente riconosciuta dell’umiltà, e la coscienza del santo
orientata invece a riconoscersi peccatore di superbia.
Frate Umile, al secolo Lucantonio Pirozzo,
è un fratello laico dell’Ordine dei Frati
Minori Francescani di Calabria; nasce a Bisignano - paese
dell’attuale provincia di Cosenza - il 26 agosto 1582.
Uomo profondamente radicato
nel contesto storico e sociale della Calabria, ha accolto l’invito di Gesù
Cristo: «vieni e seguimi».
Nel nome stesso di “Umile” è racchiuso il suo
destino, la sua testimonianza cristiana, sincera e credibile, la sua intensa
vita spirituale alla quale si è sempre mantenuto fedele. Da subito si
fa ammirare per le doti di eccezionale pietà. Segue la Messa quotidiana, si
accosta alla mensa eucaristica in occasione di tutte le feste, prega meditando
la passione del Signore, ama con rapito fervore l’immagine di Maria.
Tra le virtù
che il futuro santo vanta fin dagli anni dell’infanzia e della prima
giovinezza, ancora prima del suo tempo religioso, certamente è da
sottolineare la precocità della fede e dell’alta vocazione, la non comune
dote insomma di essere già un «bimbo
singolare».
Alla sua guida spirituale, don Marcantonio
Solima, più volte mostra segni di matura fede, penitenza e fedeltà a Cristo
e a Maria. All’atto della chiamata, Lucantonio sembra incontrare con
naturalezza la scelta che da qualche tempo persegue con umiltà e abnegazione.
Il nome di San Francesco d’Assisi e l’osservanza della Regola
diventano il punto di riferimento per il presente e l’avvenire. Se da parte
della famiglia, e in particolar modo dalla madre, si pone inizialmente un veto
al desiderio di Lucantonio, don Marcantonio, in senso diverso ma pur sempre
ostacolando il devoto, lascia intendere che la via della santità non è un
percorso su cui avventurarsi con leggerezza, anzi l’avverte che il cammino
è duro e che soltanto al tempo si affidano le risposte sull’autenticità
della passione. Ma Lucantonio
inizia da subito la sua personale professione di santità. Oltre
all’obbedienza, nel tempo la santità matura a privilegio del religioso,
lascia intendere che la mortificazione di se stessi è senz’altro una virtù
decisiva e che ripaga lungo la via verso il Signore. La flagellazione, la
povertà, l’umiltà, la penitenza, il castigo, l’obbedienza, la preghiera
e infine la carità quale simbolo più reale della «solidarietà»
verso il prossimo compongono insieme le caratteristiche peculiari di una
personalità anomala, certamente ancora non completamente organica e
matura, ma - secondo l’opinione della società più prossima al santo,
specie quella bisignanese dell’epoca
- Lucantonio già vive nella grazia di Dio.
Il dialogo con il francescanesimo inizia a
Bisignano, presso il Convento dei Frati Minori. Qui vive un popolo di umili
frati che professano la fede nel santo di Assisi. L’avvento della chiamata,
con Lucantonio poco più che diciassettenne, porta a compimento un clima di
tormento interiore già fortemente presente nell’animo del giovane. Il
marcato spiritualismo di Lucantonio, con la chiamata risolve in maniera
definitiva la pur flebile attrazione per le cose mondane e i beni materiali.
Dopo aver perduto il padre, Lucantonio
perde una persona decisiva nello sviluppo della sua vocazione, don Marcantonio
Solima, la guida spirituale che da vivo gli ha indicato la «meta
e il cammino»,
e che appena dopo la chiamata conferma al giovane la volontà di Dio e
con essa anche l’attesa paziente. Don Marcantonio confessa che dovranno
trascorrere quasi dieci anni prima dell’ingresso di frate Umile
nell’ordine francescano.
Ma l’evento
che forse più di ogni altro contribuisce a mettere alla prova la tenacia di
Lucantonio è – dopo la morte del padre – la morte del patrigno. Da solo e
giovane, e nel cuore il desiderio di seguire la regola di San Francesco
d’Assisi, si ritrova l’unico in grado di procurare sostentamento alla
famiglia. Ma neppure la disgrazia familiare lo distoglie dall’alto ideale
religioso che da qualche anno ormai riempie pienamente la sua vita. La dura
ostinazione con cui la famiglia si oppone alla scelta di Lucantonio –
allorché l’esigenza di orientare la propria missione esistenziale verso la Regola
francescana diviene sempre più impellente – è forse il motivo più
doloroso della sua giovinezza.
L’abbandono della famiglia, infatti, è uno degli episodi che per paradosso
risultano meno santi nella vita di frate Umile.
La
vocazione francescana, tuttavia, richiede abnegazione, sacrificio e un
investimento capace di coinvolgere l’intera esistenza. Ed è ciò che
accade, specie nell’episodio del settembre 1609, quando il giovane santo si
reca da Bisignano al convento di Dipingano (CS) per chiedere al Ministro
Provinciale dei Frati Francescani Riformati, giunto in quella comunità per la
visita canonica, l’ammissione all’anno di noviziato. Finalmente Lucantonio
entra fra i Minori nel noviziato di Mesoraca (KR). Alla formazione dei giovani
sono preposti due santi religiosi: P. Antonio da Rossano come maestro e P.
Cosimo da Bisignano come superiore del Convento.
Frate
Umile, come abbiamo in parte riferito, ha avuto doni singolari: l’estasi, la
scrutazione dei cuori, della profezia, dei miracoli e soprattutto della
scienza infusa. Benché non fosse molto alfabetizzato, ha dato risposte sopra
la sacra scrittura e sopra qualunque punto della dottrina cattolica, da far
meravigliare insigni teologi. Venne sperimentato al riguardo, con la proposta
di dubbi ed obiezioni, da un’assemblea di sacerdoti secolari e regolari,
presieduta dall’arcivescovo di Reggio Calabria, e da alcuni professori della
città di Cosenza; in Napoli dall’inquisitore Mons. Campanile, alla presenza
del P. Benedetto Mandini, teatino, e di altri. Ma frate Umile rispose sempre
in maniera più che esauriente. È facile quindi comprendere da che stima è
universalmente circondato.
Nei
vari conventi, dove si reca, non si parla d’altro che delle sue attitudini,
dell’incredibile fede capace di rovesciare anche l’ordine della natura e
degli innumerevoli fatti prodigiosi di cui il frate è protagonista.
Ma
la capacità miracolistica, l’estrema umiltà e la beatitudine forse non
bastano a frate Umile allorché, al termine dell’anno da novizio, ad ogni
allievo è richiesto di superare l’esame sulla Regola
ed il mancato superamento dello stesso può anche causare il coatto
abbandono del convento e il mesto ritorno in famiglia. Il compito rappresenta,
malgrado la buona volontà del frate, un ostacolo non indifferente. Si narra
che dopo interminabili difficoltà – e fra l’altro qualche maligno dubbio
aleggiante sulla stabilità delle sue facoltà intellettuali – Lucantonio,
per intercessione della Vergine, riesce a superare l’esame e a recitare la Regola
(4 settembre 1610) meravigliando anche i detrattori. Per questo, è
rimasto, tutta la vita, devotissimo di Maria, perché la Vergine l’ha sempre
soccorso nel bisogno e lo tiene caro tra i suoi Santi
Tra
le attività legate al noviziato, oltre alla professione religiosa, frate
Umile svolge con semplicità le tipiche, ricorrenti mansioni dei religiosi non
ancora eletti al grado sacerdotale. Dalla questua al servizio presso la mensa
della comunità, fino alla cura dell’orto ed ad ogni altro lavoro manuale
richiesto dai superiori, frate Umile si impegna con modestia e dedizione.
L’esperienza e il tempo di noviziato a Mesoraca servono anche a dimostrare,
attraverso la penitenza e la dote innata dell’umiltà, che il giovane
religioso già si presenta come modello esemplare di uomo pio.
Sant’Umile è interamente votato
all’eccellenza del comportamento nonché all’interpretazione mimetica
della Regola francescana, soprattutto nell’evangelica capacità di abbassarsi,
di umiliarsi, dote che meglio di qualunque altra innalza a Dio.
Invitato
da Cristo ad abbandonare ogni cosa secolare, e a rimettere al rischio anche la
propria vita in nome del Regno di Dio, avverte forte il senso, il fascino, la
verità del Vangelo delle Beatitudini ed accetta di mettersi al servizio del
disegno di Dio, il disegno che il Fattore forgia su di lui intraprendendo una
vita protesa - come vedremo al capitolo successivo - oltre che
all’imitazione della Regola, anche all’imitazione di San Francesco
d’Assisi.
D’altra parte, se poi un modello
autentico informa la natura di frate Umile e resiste nel suo comportamento,
questo è il modello più alto, il modello di Gesù Cristo. È Gesù, ma
soprattutto l’immagine di Gesù crocifisso, che il Santo di Bisignano
desidera imitare.
Dopo il difficile anno di noviziato –
ormai di nome frate Umile da Bisignano – il francescano inizia un cammino
spirituale e un parallelo cammino biografico che lo porta in vari luoghi della
Calabria: da Cosenza a Dipingano, da San Lorenzo del Vallo a San Marco
Argentano, da Pietrafitta a Figline e a Rossano, e poi ancora nell’attuale
provincia cosentina presso altri piccoli centri. Itinerari questi che oggi
possono anche sembrare di risibile percorrenza, ma che un tempo non lo erano
affatto. Umile da Bisignano - è vero - si muove nella provincia di Cosenza,
ma la provincia tra Cinquecento e Seicento è percorsa a dorso di cavallo o di
mulo, il più delle volte a piedi con un sacco in spalla.
Ma al termine dell’itinerario, tra piccoli, sperduti e poveri paesi, la
celebrità di frate Umile cresce talmente tanto che pari gli è solamente la
propria umiltà: l’umiltà rimasta quella di un tempo, quella dell’uomo
ricco di carità, pazienza e devozione, dell’uomo rivolto soltanto ad
aiutare coloro che hanno bisogno di aiuto materiale e conforto spirituale.
Dopo il noviziato, frate Umile è un esempio
notevole, anzi eccellente, per i francescani di Dipignano e, soprattutto, per
i novizi del suo paese natale.
Casto, povero e
obbediente, così stabilisce la Regola e così frate Umile esegue.
Il poverello, infatti, a somiglianza di
Maria, rende piena volontà al Padre, è libero e giusto, slegato da illusori
legami con le cose che non restano e legato invece alle cose concrete, che per
lui sono rappresentate soltanto dalla fede in Dio.
Un’anima veramente povera non si
preoccupa, non si agita, soprattutto non si perde nella illusoria sfera
mondana. L’anima del povero è un’anima santa, sa guardare in alto e
cercare la figura protettrice di Dio, lasciandosi affascinare dal Vangelo del
suo Figlio. E da povero e auto-flagellante, frate Umile ha anche ampiamente
praticato la carità. Anche però resistenza alla carne, umiltà di uomo che
neppure guarda e che sa soltanto dell’esistenza della donna ma la ignora,
vuole ignorarla:
Egli
aveva fatto patto coi suoi occhi di non fissare mai in viso persone di altro
sesso e, quando le necessità dell’ufficio o l’obbedienza dei Superiori lo
mettevano a contatto con donne, teneva gli occhi costantemente rivolti a
terra.
La sua povertà
è tale che non può immaginarsi altra superiore. Indossa sempre abiti vecchi
e in pessime condizioni:
Quel
suo vestito sì povero ed objetto; qual suo volto sì modesto e composto; quel
suo parlare con voce sommessa, quel suo tenere sempre gli occhi fissi in
terra, mostrava il dispregio che aveva di se stesso, e in cui voleva essere
tenuto dagli altri.
I suoi
contemporanei hanno ammirato con stupore:
(…)
la povertà di fra’ Umile e il suo distacco da tutte le cose terrene. Si
contentava di un abito vecchio e lacero e di pochi pezzi di pane duro per
mangiare. In cella aveva solo una croce di legno. Questo è noto a tutti i
frati del convento. Sceglieva per sé il pane più duro e i pezzi che
restavano agli altri. (…) P. Giacomo Aiello, maestro dei novizi, riprese
Umile perché aveva riposto su una posata alcuni pezzi di pane duro. Rispose
fra’ Umile: è la mia posata!
La forma di
povertà scelta da frate Umile è quella di staccarsi interiormente, in virtù
della povertà di spirito, dal mondo, dall’egoismo in tutte le sue
manifestazioni.
La Sacra
Scrittura nella sua linea di fondo ed in particolar modo nel Discorso della
Montagna (Mt 5-7) richiede questo atteggiamento. Esso deve animare anche la
povertà esteriore.
Il punto
fondamentale della vita senza nulla di proprio come centro della povertà
francescana si trova quindi chiarissimamente nell’intimo dell’uomo e
riguarda l’incontro dell’uomo con Dio. Si tratta dell’esigenza del
nostro “io” , come s’inalbera di fronte a Dio e agli uomini. D’altra
parte bisogna che sia chiaro che un vivere povero che si limiti all’ambito
interiore dell’uomo, senza trarne chiare conseguenze nel campo materiale,
sarebbe una restrizione del concetto di povertà. Parimenti anche una povertà
che fosse soltanto esteriore senza la povertà interiore sarebbe unilaterale.
Frate Umile
assunse pienamente da Francesco d’Assisi il concetto di povertà, come vita
senza nulla di proprio, compiendo personalmente il senso della povertà
evangelica.
Pochi, infatti,
come Francesco d’Assisi hanno penetrato nel mistero della povertà della
creatura, la quale è un nulla se riferita a se stessa, ma diventa qualche
cosa se riferita al tutto di Dio, che le dona l’essere e ogni altro bene.
All’occhio che fissa la realtà, al di là delle parvenze, tutto è dono: e
l’uomo è il primo beneficiario, anzi il primo dono, il primo regalo della
munificenza di Dio, inteso come l’unica ricchezza: se tutto viene da lui, se
tutto è dono, se tutto dipende dalla sua benevolenza, allora l’unico Bene
è Dio. Sicché all’estrema povertà dell’uomo Dio appare quale unica vera
e consistente ricchezza dell’uomo.
Entrare in simile prospettiva, come ha fatto frate
Umile, è vitale, perché permette di vivere nella verità creaturale, in
un’esistenza, quindi, che trova la consistenza nell’unico fondamento
possibile.
La povertà
e l’umiltà sono talmente evidenti in frate Umile al punto che egli si
comporta come se Gesù gli avesse fatto intuire la propria miseria,
rivolgendosi a lui con le stesse parole con cui si rivolse a Santa Faustina
Kovalska: «Vedi quello che sei
in te stessa, ma non spaventarti per questo; se ti svelassi tutta la miseria
che sei, moriresti per lo spavento; sappi tuttavia quello che sei. Proprio
perché sei una miseria così grande, ti ho svelato tutto il mare della Mia
Misericordia. Cerco e desidero anime come la tua, ma ce ne sono poche… ».
Al centro della virtù di frate Umile si pongono
anche l’estasi o la visione estatica, oppure il cosiddetto trascendimento
estatico:
Quando
l’anima è giunta a varcare la zona del sensibile e a toccare con
l’estrema punta del desiderio l’ineffabile oggetto del suo amore, essa si
trasuma, attirando anche il corpo in quella trasfigurazione gioiosa di tutto
l’essere che si chiama estasi. L’estasi è appunto il vertice estremo di
elevazione che si compie nella preghiera, l’estasi è, come precisa
l’Angelico, la figlia dell’amore.
Frate Umile, con ricorrenza anche preoccupante per i fedeli che lo
circondano, cade in estasi, per poco tempo oppure per lungo tempo, ma
rimanendo sempre in uno stato di rapimento tale da alienargli la coscienza
mondana donandogli invece coscienza divina. Ogni volta, esprime soltanto
spirito di obbedienza al superiore intervenuto a richiamarlo. Solo il
superiore ridesta nel poverello un risveglio dei sensi e un ritorno
alla realtà. Spesso l’estasi impedisce un ritorno immediato allo stato di
coscienza vigile. La contemplazione in frate Umile è un’esperienza
spontanea, ogni occasione sorge quasi per intercessione di Dio. E il fenomeno
della levitazione di frate Umile è episodio occorso infinite volte e in
diverse condizioni, in solitudine e in pubblico, in movimento o immobile.
Durante l’esperienza estatica, frate
Umile giace rapito al cielo, mentre intorno, dai fratelli frati e dal pubblico
di fedeli, è ammirato e considerato già santo:
In
estasi parlava con Dio in maniera sublime. Questo lo possono testimoniare i
religiosi che sono andati con lui.
Andava
di continuo in estasi come io l’ho visto tanto in chiesa come in altri
luoghi e anche zappando o facendo altre cose o parlando di Dio.
L’estasi
gli era familiarissima. Io l’ho visto di frequente.
Ordinariamente
in estasi stava con le mani giunte, alle volte con le palme unite, più spesso
in forma di croce, col capo ora chino e mesto, ora sollevato e giulivo, con
gli occhi chiusi e ora aperti, col corpo ora in ginocchio e ora in piedi, ora
appoggiato all’altare, a una muraglia, a un banco o altri luoghi e spesse
volte sollevato da terra.
Mentre
serviva la messa, prima della consacrazione andò in estasi, sollevato da
terra, e stette oltre la celebrazione. Vi fu un’altra messa e fra’ Umile
era ancora in estasi. Alla fine il Padre guardiano gli comandò di ritornare
in sé, ed egli ubbidì subito.
Si narra anche
che egli, divenuto consapevole delle sue qualità di santo estatico, nel
sospetto che ciò sia il sottile e subdolo disegno del Diavolo, decide di
invocare Duns Scoto,
il quale, apparsogli in cella, lo rassicura che queste esperienze sono volute
da Dio.
L’altro importante capitolo che
accompagna frate Umile nel centro–sud della Calabria riguarda una tappa
nella nota Mesoraca, una seconda occasione rispetto al tempo del noviziato. E
frate Umile ritorna, almeno per un biennio nel paese del noviziato; sosta,
questa, voluta dai Superiori come compimento definitivo delle dure prove per
accertare la natura e l’identità della sua virtù cristiana.
Dopo due anni,
frate Umile risorge a nuova vita. Il potere ecclesiastico sembra ormai
pacificato con l’idea che veramente il frate è uomo santo. E inizia in
Calabria una folle corsa, tra potenti e meno potenti, istituzioni religiose e
conventi, per avere presso di sé il frate. Sant’Umile si adegua a ciò che
richiede il prossimo.
Un altro viaggio del frate è compiuto
verso Messina. Il P. Benigno da Genova, Ministro generale dell’Ordine, lo
conduce in sua compagnia per la visita canonica ai Frati Minori della Calabria
cosiddetta Ulteriore per transitare successivamente in terra di Sicilia.
Durante il viaggio
attraverso lo stretto, frate Umile compie un miracolo. Trasforma l’acqua di
mare in acqua per dissetare le persone dell’equipaggio. A Messina
l’ennesimo gesto miracoloso di frate Umile si diffonde tra la gente e la
fama cresce in misura della sua santità. Così anche nelle esperienze umane e
religiose a Reggio Calabria e a Napoli,
ove il frate è talvolta interrogato dall’intellighenzia allo scopo
di verificare la sua attitudine alle risposte teologiche, la sua posizione
davanti ai problemi religiosi, il suo pensiero dinanzi al problema della fede.
Tra i dialoghi più celebri, uno riguarda
soprattutto la capacità di porre in luce e confermare che frate Umile – a
differenza di certe indegne opinioni, secondo cui non possiede grandi doti
intellettuali – è dotato della lucidità necessaria alla profonda e sottile
discussione teologica. Un esempio tra i più importanti riguarda il confronto
che il frate ha tenuto con il suo confessore, Padre Dionigi da Canosa.
L’argomento su cui
peraltro il dialogo si regge riguarda il destino dell’anima e la funzione
degli angeli proprio in relazione al viaggio dell’anima dopo la morte. Il
dialogo aperto, d’altra parte, è soltanto un aspetto occasionale del
comportamento di frate Umile. Per il resto, la solitudine, la preghiera e il
continuo nascondimento dal mondo costituiscono l’atteggiamento più
frequentato perché forse dal frate più desiderato. Anche quando Padre
Dionigi, fra l’altro suo primo biografo, gli chiede cosa domanda al Signore
durante le tante ore di silenzio e orazione, Sant’Umile risponde umilmente:
Io
non faccio altro se non dire a Dio: “Signore, perdonami i miei peccati e
fa’ che io ti ami come sono obbligato ad amarti; e perdona i peccati a tutto
il genere umano, e fa’ che tutti ti amino come sono obbligati ad amarti!”.
Più cresce in fama presso il popolo e presso coloro che hanno fatto la
sua conoscenza diretta o indiretta, più la tendenza all’incontro è in
qualche maniera sostituita dal volontario esilio in cella. L’itinerario di
frate Umile verso Dio è un continuo crescendo, anche se la sua vita intima è
tale da non comprenderla neppure lui stesso e crede sia meglio uno stretto
silenzio e godere nelle umiliazioni piuttosto che esaltarsi per la stima della
gente. Ma Il trasporto è talmente grande che l’opera stessa del frate non
sembra più umana, ma assume una forma e un contenuto compiutamente cristiano.
Quando la bisignanese Elisabetta De Caro gli chiede di pregare il Signore
affinché la liberi dall’infermità che la tormenta, frate Umile quasi
acquisisce il piglio imperativo del Cristo evangelico. Replica a coloro che
lamentano l’assenza di un suo intervento risolutore, e alla donna risponde
che il suo supplizio è un desiderio espressamente richiesto per scampare
all’inferno e al diavolo. La capacità di profetizzare, di leggere il
passato nascosto nel cuore delle persone e il futuro ancora di là da venire,
è virtù esemplare di frate Umile, fino al clamoroso episodio d’aver
predetto la morte della madre per disgrazia e aver anche tentato invano di
impedirlo senza tuttavia riuscire a distogliere la donna dal pericolo fatale.
Padre Alfonso
Maria Liguori così si esprime nel riportare la notizia della morte della
madre di fra’ Umile:
La
vecchia sua mamma che aveva con replicate istanze supplicato i Superiori a
volerle concedere di riabbracciarlo un’ultima volta prima di morire, appena
seppe il figlio nel convento di
Bisignano, vi si recò e chiese istantemente di poterlo vedere. Ma fra’
Umile, cui non era stato revocato il divieto di parlare coi secolari, non
voleva assolutamente recarsi in portineria a salutarla. Sicché dovette
intervenire il P. Guardiano colla sua autorità e permettergli di scendere a
consolare la vecchia sua madre. Non appena la vide, illuminato interiormente,
le predisse l’imminenza della sua morte e l’esortò ad apparecchiarvisi
degnamente. In speciale maniera la mise sull’avviso a non salire
l’indomani sui gelsi, com’era solita, a levarvi le foglie, poiché ne
sarebbe caduta, rimanendo a terra, freddo cadavere all’istante. Quella
prestando maggior fede alle parole del figlio che alla vigoria elle membra,
passò tutta la notte in fervore di preghiere preparandosi così al gran
trapasso. Nonostante l’avviso, salì il giorno seguente su di un piccolo
gelso, ma non appena vi fu sopra, le falli il piede, stramazzò a terra
esalando lo spirito in un sol colpo. A San Lorenzo, dove fra’ Umile si
trovava, per divina rivelazione apprese nel momento medesimo l’avvenuto
decesso e così, rivoltosi a un confratello esclamò: “in questo momento la
povera mamma è caduta da un gelso ed è morta!”
Oltre alla
santità, qualcosa di divino si esprime in frate Umile, tanto che la fama
ormai è notevolmente diffusa, anche negli ambienti più alti della gerarchia
ecclesiastica:
La
fama dei doni soprannaturali del Santo si diffuse rapidamente sino alla città
capitale del mondo cattolico, giungendo così al soglio di Pietro, per cui il
Pontefice del tempo, Gregorio XV, al secolo Alessandro Ludovisi (1621–1623),
lo volle incontrare e ne fece richiesta al Nunzio Apostolico di Napoli.
Anche da un punto di vista meramente simbolico, la chiamata del papa
assume un significato che va al di là dell’incontro diplomatico. Frate
Umile da Bisignano – con la sua capacità di previsione del male, la sua
capacità miracolistica e profetica, il dono della guarigione e l’assoluta
limpidezza nel comportamento intimo e in società e l’applicazione delle
virtù – al papa evidentemente non passa inosservato. È forse il momento di
fede maggiormente luminoso per frate Umile, in quanto l’amore per
Cristo e Maria, già tratto peculiare e caratteristico della sua personalità
religiosa, tocca vertici quasi inauditi. A tal riguardo, basti pensare alla
lettera che Sant’Umile ha spedito alla sorella Livia da Napoli, proprio in
occasione del viaggio verso Roma, finalizzato ad incontrare il papa. Al
termine delle poche righe di saluto, la chiusa esprime un profondo senso di
devozione verso la vita e verso l’uomo:
(…)
non però ho mancato di raccomandarla [Maria] a Dio, da dove ricevemo ogni
consolazione (…) che fine mi raccomando a tutti, et la Santissima Trinità
in nome della Passione di Giesù Nazzareno Signore Crocifisso et la Beata
Vergine, et tutta la Corte Celeste vi benedica, et vi possi liberare di tutte
le cose che sono contra Dio, et la Chiesa Santa. Amen.
Dopo Gregorio XV, frate Umile è chiamato, per una seconda occasione, a
Roma da Urbano VIII.
Entrambi i
pontefici, dopo averlo fatto rigorosamente esaminare nello spirito, dialogano
volentieri e senza pregiudizi con lui, giovandosi anche delle sue preghiere.
Frate Umile si trattiene a Roma diversi anni, soggiornando quasi sempre nel
convento di San Francesco a Ripa, e, per pochi mesi, in quello di Sant’Isidoro.
Trascorre un periodo di tempo anche a Napoli presso il convento di Santa
Croce, dove profonde il suo impegno nel diffondere il culto di Duns Scoto.
Non è quindi
soltanto Gregorio XV a trattenere a Roma frate Umile, ma anche il suo
successore Urbano VIII, per cui il «poverello
di Bisignano», come egli ama definirsi, di ritorno in Calabria è
costretto a ripartire nuovamente verso la capitale per restarvi ancora qualche
anno:
Quando
forse il Santo si disponeva a riprendere il viaggio verso la Calabria, un
ordine improvviso del nunzio apostolico lo rimandava a Roma. Urbano VIII,
qualche mese dopo essere salito al trono, richiamava nella città eterna il
prodigioso frate calabrese.
La decisione del Papa di richiamare a Roma il francescano calabrese
induce a credere che il dialogo e i consigli di frate Umile costituiscono
molto più che semplici occasioni di conversazione formale. Oltretutto, il
Giubileo (sotto Urbano VIII) a suo modo rappresenta un’esperienza reale e in
certa misura eccessiva, specie per l’abitudine all’umiltà da parte del
santo bisignanese.
Infatti, oltre
allo sfarzo e alla sontuosità,
d’altra parte in linea con l’epoca storica, un fatto inequivocabile resta
l’immagine di coesione che la forza della Chiesa dà a frate Umile,
soprattutto la grandiosa e quasi inverosimile idea di unificazione tra Cristo
e il suo popolo.
Soltanto alla metà degli anni Venti del
XVII secolo, frate Umile riparte da Roma per Napoli per poi rientrare a
Bisignano nell’estate del 1627
.
Risalgono a quest’epoca la volontà
e il desiderio di frate Umile di dedicarsi all’evangelizzazione degli infedeli,
forse spinto dalla consapevolezza religiosa, dal visibile effetto della sua
stessa vita terrena e soprattutto dall’esito talvolta strabiliante del suo
confronto con il popolo.
Nonostante
tutto, i superiori dell’Ordine gli negano il permesso. Sembra che il duplice
problema che in anticipo sugli eventi osta alla missione per
l’evangelizzazione degli infedeli sia strettamente legato a due doni
che frate Umile non dispera di avere in grazia da Dio. Il primo riguarda la
sua complessione fisica, ritenuta non idonea per compiere viaggi e lavorare
senza posa in terre straniere, la seconda invece riguarda un aspetto
eminentemente culturale e cioè l’ignoranza delle lingue. Da ciò deriva
sempre un’assoluta fedeltà in Dio da parte del santo uomo, poiché egli è
persuaso che Dio gli darà, sia la forza per affrontare la missione, sia la
capacità di comunicare con gli interlocutori da evangelizzare.
In occasione
della sosta napoletana, di ritorno a Bisignano dopo l’ultimo soggiorno a
Roma, frate Umile richiede ufficialmente al Commissario Generale in Roma,
frate Antonio di Galbano, se sussistono le condizioni per recarsi in missione
evangelica.
La lettera
spedita a Roma, dacché frate Umile è ospite a Napoli, viene letta dapprima
dal Nunzio Apostolico, il quale gli favorisce un parere positivo, e cioè che
è d’accordo sul fatto che una tale richiesta possa pervenire nelle mani di
colui o di coloro che detengono il potere decisionale sulla risoluzione da
attuarsi.
In linea con la richiesta inviata al
Commissario Generale, frate Umile insieme a frate Francesco da Corigliano si
recano a Roma per alloggiare nel Collegio di Sant’Isidoro. I francescani
sono accolti dal Guardiano del convento, frate Zenobi da Como. La richiesta
per la missione e il progetto dell’evangelizzazione sembrano essere
rifiutati per altre ragioni che non siano l’ignoranza della lingua da parte
di frate Umile: il suo stato di salute non permette un disegno di tale genere.
In effetti, nei
mesi successivi, lo stato di salute di frate Umile, dovuto principalmente alla
rigida disciplina francescana sostenuta con coraggio ormai da diversi anni,
inizia a peggiorare.
Ed è proprio
per le cagionevoli e sempre più gravi condizioni di salute che egli riprende
il viaggio verso il meridione e come in altre occasioni sosta a Napoli, nel
convento di Santa Croce, per prendere le cure necessarie al suo stato di
salute.
Da sosta di breve tempo, il periodo di
permanenza a Napoli si prolunga per quasi un biennio fino a che, per volontà
di frate Antonio da Galbano, frate
Umile e frate Ludovico da Lattarico (anch’egli francescano) vengono chiamati
a fare ritorno in Calabria presso il convento
di Cosenza.
Soltanto
nell’estate del 1632 frate Umile rientra nel suo paese d’origine,
Bisignano, non prima di aver fatto scalo, provenendo da Napoli via mare, a
Scalea ed aver avuto sincere dimostrazioni di venerazione da parte del popolo
calabrese. La scena di Scalea si ripete qualche ora dopo, appena il veliero
approda a Paola.
Un altro
capitolo della vita di Sant’Umile è il breve periodo di sosta a Cosenza. In
questo convento, il Padre guardiano, Bonaventura da San Severino, come
d’altra parte tutti i superiori delle comunità religiose dove frate Umile
ha dimorato da quando le sue condizioni di salute sono peggiorate, affida a
fra’ Antonio da Bisignano il compito di aiutare il frate nelle difficoltà
quotidiane.
Una tappa cosentina di frate Umile
riguarda anche S. Fili, il convento dove giunge una lettera a firma di frate
Giovanni Battista da Campana, il quale consiglia a frate Umile di recarsi di
nuovo a Napoli, per la precisione a Pozzuoli, per ricevere migliori cure che
forse nel cosentino non riceve.
Ma viaggiare
logora. Alla metà del 1635, dopo un ennesimo viaggio a Napoli, frate Umile
finalmente ritorna a Bisignano, dove muore il 26 novembre 1637 all’età di
55 anni.
La
notizia della
sua morte si è sparsa rapidamente e
la gente è accorsa al
suo capezzale: un incredibile pellegrinaggio di uomini, donne, giovani,
anziani, poveri e benestanti, persone che hanno ammirato quel frate buono e
prodigioso, da cui almeno una volta hanno ricevuto una parola, un sorriso, un
aiuto. Di lui hanno saputo soltanto ciò che avevano visto o sentito dire: la
sua umiltà, la sua semplicità, il suo donarsi, il bene profuso, la fede
trasparente.
Di frate Umile,
quasi alla fine della sua vita, resta la clamorosa profezia fatta a padre
Bernardino da Bisignano, che cioè sarebbe diventato procuratore generale
della Riforma non prima del 1677, ovvero quarant’anni dopo la morte di Frate
Umile. La profezia si è avverata.
I
processi canonici sono iniziati con notevole ritardo nel 1684; le sue virtù
sono state dichiarate eroiche da Pio VI il 4 ottobre 1780; è stato
beatificato da Leone XIII il 29 gennaio 1882 (con Breve del 1° ottobre 1881);
è stato canonizzato il 19 maggio 2002 da Giovanni Paolo II.
La proclamazione a Santo della Chiesa universale è un punto
d’arrivo, ma anche un punto di partenza. Sant’Umile da Bisignano ha
praticato le virtù teologali e morali in modo «eroico»
da essere presentato ai fedeli come modello di perfetta vita cristiana e,
appunto per questo, merita il culto e la devozione della Chiesa intera.
La storia dunque, la storia della Chiesa e
la storia della civiltà religiosa italiana e calabrese in particolare, ospita
la meravigliosa esistenza di Sant’Umile. Il mistero della sua vita coincide
certamente con il mistero di un Dio che opera grandi cose, un Dio che grazia e
miracola, regge e indica il cammino. Perché Dio crede nella sua creatura e la
creatura crede in lui.
«Rientrando a Bisignano nel 1632, l’immagine che egli si portava dentro
era sì quella di una chiesa sfarzosa ed esuberante […] tuttavia
l’evento giubilare si era rivelato come l’occasione privilegiata di
riconciliazione tra Dio e il suo popolo». Cfr. L. Falcone, Introduzione,
in P. Giacomo da Bisignano, Vita, morte et miracoli maravigliosi
del devotissimo e umilissimo servo di Dio e di Maria Vergine frat’Umile
da Bisignano, cit., p. XIII.
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